Il Cencio
Aperiodico libertario dell'Agro Pontino
Capital-intensive vs. labor-intensive
Categories: Ideario

In questo filmato, vediamo come una falce fienaia ben armeggiata può battere un tagliaerba a motore.

 

Partiamo dal presupposto che ogni cosa è tecnologia, perfino il linguaggio.
Ogni cosa che ci circonda, materiale o immateriale che sia, in quanto costruita dall’uomo volge a risolvere un problema, un’esigenza nata da una interpretazione della realtà. Per iperbole, a un’intera cosmogonia.

La zappa è stata progettata e disegnata con il preciso intento di rivoltare zolle, poiché si è considerato che tale soluzione fosse l’unica giusta e percorribile per conseguire un’agricoltura efficiente (cosa in parte smentita dalle ricerche di Masanobu Fukuoka, cfr. La Rivoluzione del filo di paglia). In ogni oggetto, in ogni tecnologia, risiede pertanto il “seme” della cosmogonia che l’ha concepito.

Per questo motivo, ragionare in maniera critica su una precisa tecnologia e le implicazioni del suo sviluppo, è difficile se non si prova ad astrarsi dalla propria cosmogonia, o semplicemente da quella in cui ci siamo trovati a vivere: in altre parole, la cosmogonia del “progresso”, dell'”andare avanti” senza porsi troppe domande tenta, per sua natura, di soffocare ogni ragionamento razionale potenzialmente pericoloso per sé.

Ogni tanto, poi, incappi in un video che nel suo piccolo incrina questi costrutti, mettendoti di fronte alla disarmante evidenza che – ad esempio – una falce fienaia riesce a battere sul tempo un tagliaerba a motore, seppur di poco. Di sicuro, la falce vince estremamente in efficienza energetica, in quanto ha un costo di costruzione infinatamente minore, richiede poca manutenzione e molta meno energia (in senso stretto) per assolvere la sua funzione. Ma se un attrezzo manuale può eguagliare in velocità e tantopiù in efficienza energetica un attrezzo motorizzato, dov’è il vantaggio? Come ha fatto il tagliaerba, oggi, ad essere più comune della falce fienaia?

L’industrializzazione ha portato alla capillare meccanizzazione del processo produttivo sia agricolo che manifatturiero, sostituendo la mano dell’uomo con il lavoro delle macchine: dalla rivoluzione industriale ad oggi, i centri di produzione hanno visto diminuire drasticamente il numero di lavoratori, passando da aziende labor-intensive, ovvere basate sulla manodopera, ad aziende capital-intensive, ovvero basate sul capitale, sulle macchine.

Supponete ora, per un momento, di essere amministratori di un gruppo di giardinieri e che ancora non abbiate alcun tagliaerba nel vostro “capitale”. Piuttosto, disponete di uno o più dipendenti esperti falciatori, addetti a questa mansione.

Al centro dell’atto di falciare, nel primo caso, c’è una persona.
Una persona esperta, ma che – come tutti – ha desideri, ambizioni e necessità. Un amministratore dovrà tenere in alta considerazione le esigenze del lavoratore, per poter portare avanti efficacemente l’attività di falciare il campo. In questo contesto, il lavoratore ha un ampio potere contrattuale, derivato dalla sua abilità di falciatore: la sua esperienza non è sostituibile (o difficilmente lo è), mentre il suo attrezzo è qualcosa di estremamente semplice che, di per sé, non rappresenta il principale attore nella mansione della falciatura.

Nel secondo caso, invece, abbiamo l’esatto opposto.
Il principale attore della falciatura non è il giardiniere, bensì il tagliaerba: uno strumento ad alta tecnologia rispetto alla falce e che, a fronte di una minore “fatica” per il giardiniere, porta con sé un’impronta di “fatica” (più propriamente, di lavoro) infinitamente più grande; fatta di siderugiche, miniere, muratori, elettricisti e, infine, operai dedicati al montaggio del tagliaerba stesso. Tralasciando per un momento tale impronta – e le catene di sfruttamento che essa comporta – mi limiterò a dire che, ai fini della falciatura, il tagliaerba rimane principale attore della mansione, mentre il giardiniere rappresenta una manodopera facilmente sostituibile, proprio in ragione della sua marginalità nel processo produttivo.

In questo caso, come abbiamo potuto vedere nel video, tali rapporti di forza all’interno della mansione arrivano – in termini di tempo – ad equivalersi. Per cui qual è il discrimine?

Usare un’organizzazione del lavoro basata sulla manodopera qualificata (labor-intensive), pone in un ruolo sicuramente più centrale il benessere del lavoratore. Questa concezione poco si confà ad un’azienda, il cui obiettivo ultimo è il profitto, non certo concorrere alla felicità dei propri lavoratori. O meglio, se è vero che un lavoratore felice lavora meglio, la sua felicità è una condizione ovviamente subordinata al profitto dell’azienda.
È per questa ragione che, in un contesto aziendale, la via più percorribile diventa l’organizzazione capital-intensive: il “progresso” dell’efficienza della tecnologia non è infatti nell’efficienza fisica del lavoro (in termini di Joule, per intenderci); anzi, abbiamo visto come il nostro tagliaerba si dimostra, pareggiando sul tempo con la falce, una macchina estremamente inefficente.

Il tagliaerba presenta dunque, per la stessa mansione cui assolve la falce, un gigantesco overhead energetico e tecnologico.
Per chiarezza, Wikipedia definisce in modo esaustivo il concetto di overhead:

(…) la parola inglese overhead (letteralmente in alto, che sta di sopra) serve per definire le risorse accessorie, richieste in sovrappiù rispetto a quelle strettamente necessarie per ottenere un determinato scopo in seguito all’introduzione di un metodo o di un processo più evoluto o più generale.

Qual è, pertanto, la funzione di questo overhead? A chi giova? Cosa è cambiato nel passaggio tra la falce ed il tagliaerba?
Ciò che accade è che questo overhead porta ad avere un processo produttivo più controllato e controllabile, con manodopera di basso livello facilmente sostituibile e poco sindacalizzabile in quanto priva di competenze cruciali per il processo produttivo.
In questo processo decisionale, la componente umana è messa totalmente da parte, i processi produttivi sono finalizzati al profitto e, come la zappa è studiata per inseguire l’assunto che sia necessario rivoltare la terra, anche il tagliaerba insegue l’assunto che sia più “giusto” che il giardiniere, da esperto conoscitore di tecniche e biologia, diventi un animale il cui compito è spingere un carretto.

Fintanto che l’obiettivo sarà il profitto e la supremazia guerrafondaia, le macchine si dimostreranno sempre più adatte allo scopo. Non è un caso infatti, che in economie più sindacalizzate, nelle organizzazioni comunitarie dove al centro del vissuto vi è la persona, e non la produzione o il profitto, si protenda più per il lavoro manuale e l’accrescimento delle competenze individuali.
E ciò, come ci insegnano le comunità spagnole durante la Guerra Civile o le collettività Makhnoviste in Ucraina, non significa necessariamente un’arretratezza nello sviluppo: in entrambi i casi, una gestione collettiva e antiautoritaria, seppur con minor mezzi finanziari e – quindi – tecnologici, portò ad uno sviluppo ed un benessere maggiore della loro controparte.

Ciò non è certo vero per ogni macchina ed ogni tecnologia, ovviamente; quello che cerca di esplicitare questa breve riflessione non è certo di dire “le macchine sono tutte malvagie”, cadendo in un fervore religioso primitivista, ma piuttosto che dove le macchine diventano preponderanti rispetto al lavoro umano, non ci può essere emancipazione. Capire che sotto la bandiera del “progresso” marciano per lo più sfruttatori. E dal momento che viviamo in una società che ancora basa i suoi presupposti sul profitto e la produzione, credendo nel favolistico incanto che anche la più crudele e spietata delle aziende – laddove produce e/o genera profitto – concorre magicamente al bene comune, va da sé che ogni tecnologia nata in seno a questi presupposti debba essere smantellata; ed il benessere degli individui messo al centro.

 

 

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